Les Cendres du Phoenix

Monday 7 December 2009

EVANGELO HI-TECH


Di Robert Cheaib

Se Gesù si fosse incarnato alla soglia del 2000, avrebbe usato i nuovi media per proclamare il Regno di Dio? – La domanda potrebbe sembrare fantasiosa o forse puerile, ma se posta dalla prospettiva pastorale e teologica, la risposta pregiudicherebbe non l’utilizzo dei mezzi di comunicazione moderni, ma il senso profondo del loro impiego nell’opera evangelizzatrice della Chiesa.

Prima di avventurarci a dare una risposta alla domanda, bisogna riconoscere la difficoltà di rispondere a un quesito del genere: Se è molto difficile prevedere l’operato di un contemporaneo che vive al nostro fianco da anni, indovinare come si sarebbe comportato il Dio-uomo incarnatosi circa due millenni fa, è pressoché impossibile. Perciò, con un tocco di umore empatico e fantasia intelligente, cercheremo di dare una risposta basandoci sull’identikit di Gesù di Nazareth, leggendo tra le righe dei vangeli quanto possa illuminare la risposta.

Gestis Verbisque

Uno dei difetti di lettura dei vangeli è la disposizione di pre-conoscenza che accompagna tante delle nostre ri-letture, spesso moralistiche, degli episodi evangelici. Sovente si legge il vangelo per trarne la morale. L’esclusività di tale attitudine ci priva dello stupore filosofale, elemento indispensabile per scoprire la novità sorprendente del nazareno, e dello sguardo estetico e immaginativo che ha accompagnato la lettura di tanti santi, in testa ai quali troviamo sant’Ignazio di Loyola.

Se deponiamo per un istante gli occhiali moralizzatori, e guardiamo per un momento i vangeli come ritratto di Gesù comunicatore, scopriamo che i vangeli canonici – a differenza di alcuni apocrifi come i vangeli di Tommaso e di Maria Maddalena – non sono raccolte di apoftegmi, o meri detti di Gesù, ma sono ritratti, quadri di vita dove Gesù è ripresentato e rappresentato vivo e in movimento. La costituzione conciliare sulla rivelazione Dei Verbum attira l’attenzione sul fatto che l’economia della rivelazione si presenta tramite eventi (gesti) e parole intimamente connessi[1]. Questo fatto è evidente anche nella predicazione e nella vita di Gesù di cui non si ode solo la voce, ma si vedono anche i gesti e la gestualità. Gesù sale sul monte, e si mette bene in mostra prima di trasmettere la buona notizia (Cf. Mt 5,1). Gesù non comunica loghia divini come un oracolo in trans ma istituisce con il suo audience un’esperienza multisensoriale, mediando l’annuncio del Regno di Dio con una comunicazione che potremmo definire multimediale.

Una lettura trasversale dei vangeli alla ricerca di indizi sull’indole comunicativa di Gesù ci fa soffermare sulla frequenza con cui gli evangelisti (e in particolar modo Marco che riferisce la predicazione di Pietro) mettono in luce lo sguardo di Gesù. E le sfumature dei testi originali ci rivelano la comunicazione efficiente che Gesù svolgeva con i suoi occhi[2]. Con l’occhio, Gesù non solo guardava, ma parlava, invitando al raccoglimento prima della predicazione (cf. Lc 6,20); manifestava comunione, elezione e predilezione: «Girando lo sguardo (periblepsámenos) su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli”» (Mc 3,34).

Allo sguardo di Gesù si applica in modo eccellente ciò che dice il fenomenologo francese Jean-Louis Chrétien: «L’ascolto è più congeniale allo sguardo dell’udito». Gesù ascolta, accoglie e ama con i suoi occhi. Lo sguardo di Gesù trasmette, guarda dentro e ama; così nell’episodio del giovane ricco: «Gesù lo guardò dentro e lo amò ( ’emblépsas a’utõ ’egápesev a’utón)» (Mc 10,21). L’esistenza dell’apostolo Pietro è segnata da due sguardi trasformanti: nel suo primo incontro dove «Gesù, fissando lo sguardo su di lui, disse: “Tu sei Simone, il figlio di Giovanni, e ti chiamerai Cefa, che vuol dire Pietro”» (Gv 1,42); Dopo il rinnegamento di Pietro e il canto del gallo, Luca scrive: «il Signore voltatosi, guardò Pietro, e Pietro… uscito fuori, pianse amaramente» (Lc 22,61-62).

Ma la prassi comunicativa di Gesù coinvolge altri sensi. Egli tocca i malati per guarirli (cf. Mc 1,41). E davanti ai discepoli indignati per la richiesta di chi portava i bambini da lui per accarezzarli, Gesù li prende fra le braccia, pone le mani su di loro e li benedice (Mc 10,16).

La videoteca di Gesù

È vero che Gesù non disponeva di una emittente televisiva, ma è vero anche che con le sue parabole egli trasmetteva nell’immaginario e nelle anime dei suoi ascoltatori delle immagini e delle scenografie che rendevano assimilabile il Regno di Dio a tutte le fasce di età e di cultura. Gesù era cosciente che la distanza tra l’essere umano e la verità è una storia[3], una scenografia. Gesù era cosciente che l’essere umano è un essere narrante e narrativo che giunge al concetto attraverso l’immagine e la trama. Per questo le sue parabole sono delle vere e proprie messe in scena, il che spiega anche le folle numerose che lo seguivano distraendosi anche dai bisogni primari (cf. Mt 14,15).

Se gli «abracadabra inintelligibili» del concettualismo, come li chiama il teologo Edward Schillebeeckx, hanno pochi addetti, le narrazioni paraboliche giungono a tutti e a ognuno parlano a partire dal suo cosiddetto Sitz im Leben (situazione vitale). Parlando di parabole Anthony de Mello afferma: «Non disprezzate la storia. Una moneta d’oro perduta si ritrova grazie ad una candela che vale pochi soldi, la verità più profonda si trova grazie ad una semplice storia». Le parabole comunicano con l’immaginario, una dimensione dell’essere umano che precede il concettuale, una zona del pre-religioso, dove si decidono le pre-disposizioni all’accoglienza religiosa, come ha spiegato molto bene il Cardinal John Henry Newman[4]. Le parabole di Cristo assumono la dinamica kenotica della rivelazione, venendo incontro alla capacità ricettiva e alla situazione esistenziale dell’uditore.

Proclamate dai tetti

L’energia che Gesù metteva nella sua predicazione e l’impiego delle parabole esprimono la sua attenzione alle dinamiche dell’animo umano, e la sua intenzione di comunicare efficacemente a tutti e con tutti. Tale atteggiamento ci fa intuire inoltre che analogicamente avrebbe usufruito dei sistemi moderni di comunicazioni. Ai discepoli Gesù ammoniva: «Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all'orecchio predicatelo sui tetti» (Mt 10,27). I tetti a cui si riferiva Gesù, oggi non sono più quelli fatti di mattoni, ma di moltiplicatori analogici e digitali; sono le reti televisive, sono i cyberforum, sono la rete di internet, i blog, i giornali online.

La domanda di fanta-teologia sull’incarnazione di Gesù oggi non si pone perché egli si è incarnato circa 2000 anni fa. Ma la domanda sulla nostra responsabilità missionaria come cristiani è alquanto attuale e la questione dell’impegno nei mass media, è questione di assicurare la presenza di Cristo nell’areopago contemporaneo del «villaggio globale». L’impegno di evangelizzazione nell’ambito dei media evoluti, «non ha solo lo scopo di moltiplicare l’annunzio: si tratta – come intuì già nel 1990 Giovanni Paolo II – di un fatto più profondo, perché l’evangelizzazione stessa della cultura moderna dipende in gran parte dal loro influsso»[5]. Il papa lamentava che questo areopago è stato trascurato nella programmazione pastorale che lo mette solitamente in linea secondaria e lasciandolo all’iniziativa di singoli o piccoli gruppi, e ricordava che «non basta, quindi, usarli per diffondere il messaggio cristiano e il magistero della Chiesa, ma occorre integrare il messaggio stesso in questa “nuova cultura” creata dalla comunicazione moderna»[6].

Di parere simile è Benedetto XVI. Parlando infatti ai partecipanti alla plenaria del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, giovedì 29 ottobre 2009, ha detto: «la cultura moderna scaturisce, ancor prima che dai contenuti, dal dato stesso dell’esistenza di nuovi modi di comunicare che utilizzano linguaggi nuovi, si servono di nuove tecniche e creano nuovi atteggiamenti psicologici. Tutto questo costituisce una sfida per la Chiesa chiamata ad annunciare il Vangelo agli uomini del terzo millennio mantenendone inalterato il contenuto, ma rendendolo comprensibile grazie anche a strumenti e modalità consoni alla mentalità e alle culture di oggi».

I mezzi di comunicazione sociale hanno raggiunto una tale importanza da essere per molti il principale strumento formativo ed informativo, di guida e di ispirazione per i comportamenti individuali, familiari, sociali. Le nuove generazioni soprattutto crescono in modo condizionato da essi. Internet e la tv sono la scuola di formazione permanente per tantissimi, ed il Cristo di duemila anni fa chiama anche noi oggi a scendere dal nostro Tabor tradizionale per portare il suo annuncio nell’Agora di oggi adottando linguaggi e stili nuovi senza per ciò stesso adattare il Vangelo. Scrive l’Arcivescovo Ignazio Sanna: «Ieri, senza la lingua latina e l’organizzazione del diritto romano, la fede non avrebbe potuto raggiungere il grado di universalità e di estensione che ha raggiunto nei secoli. Oggi, senza la stampa, la radio, la televisione e tutti gli altri mezzi di comunicazione, non sarebbe più possibile fare una propaganda fidei adeguata al ritmo e alle esigenze dei tempi»[7].

Il comunicatore divino

L’impegno pastorale dei cristiani nel mondo multimediale non deve sfociare nel senso peggiorativo del reality, perché se da un lato, Gesù ha voluto dare al suo messaggio una portata e un’eco universali, dall’altro lato, non si è mai accontentato dei fan. L’annuncio del Regno è un annuncio che richiama alla conversione (cf. Mt 4,17; Mc 1,15). Una conversione che coinvolge in primis l’annunciatore, che è convincente nella misura che è convinto e convertito. In questo senso possiamo dire che colui che si impegna nella pastorale e nella evangelizzazione hi-tech non può essere solo rappresentante, ma, per così dire, ri-presentante di Gesù, di modo che la sua parola riecheggi in un’esistenza credibile, e possa dire come il grande comunicatore, Paolo di Tarso: «Fatevi miei imitatori, fratelli, e guardate a quelli che si comportano secondo l'esempio che avete in noi» (Fil 3,17).

E infine, bisogna ricordare sempre che «per i credenti la necessaria valorizzazione delle nuove tecnologie mediatiche va sempre sostenuta da una costante visione di fede, sapendo che, al di là dei mezzi che si utilizzano, l’efficacia dell’annuncio del Vangelo dipende in primo luogo dall’azione dello Spirito Santo, che guida la Chiesa e il cammino dell’umanità»[8]. È lo Spirito Santo che all’inizio della creazione galleggiando sulle acque del caos primario ha comunicato l’ordine (kosmos) creativo. È lo Spirito Santo che stendendo l’ombra dell’Altissimo sulla fanciulla di Nazaret, ha comunicato al mondo la Parola della vita. È lo Spirito Santo che rende testimonianza a Gesù (cf. Gv 15,26) e che guida e comunica ai credenti «la verità tutta intera» (Cf. Gv 16,13). Perciò comunicare il Vangelo hi-tech, rimane sempre e comunque una «co-azione» dove il protagonista è Dio che per condiscendenza rende l’uomo co-protagonista della sua auto-donazione al mondo.


[1] «gestis verbisque intrinsece inter se connexis»: Cf. Concilio Vaticano II, Costituzione dogmatica sulla Divina Rivelazione, Dei Verbum, n. 2.

[2] Per una visione più dettagliata sull’identikit di Gesù e sulla sua gestualità si veda G. Biffi, Gesù di Nazaret. Centro del cosmo e della storia, Leumann (Torino) 2000.

[3] Cf. B. Ferrero, Tutte storie, Leumann (Torino) 19977, 5.

[4] Cf. M,P. Gallagher, Dive deeper. The human poetry of faith, London 2001, 1-11.

[5] Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica «Redemptoris Missio», n. 37.

[6] Ibidem.

[7] I. Sanna, L’antropologia cristiana tra modernità e postmodernità, Brescia 20043, 22.

[8] Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti alla plenaria del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, giovedì 29 ottobre 2009. www.vatican.va

Thursday 3 December 2009

Our Advent


Dear Friends,

For those whom I’ve informed in a rush, and for those whom I haven’t managed to make the announcement yet, I feel that I can make up for the understandable negligence by communicating to you and with you not news but communion in our joy.

Monday 30 November, our first born “Nathan” saw the light of this world for the first time. His unusual name (at least in Italy and Lebanon) is one of the very few which Camilla and I considered together, and we made up our mind for it during a very nice family retreat that we had this summer. NaTaN in Hebrew is a verb that means literally “(he) has given”, expressing what is theologically known as the “divine passive” where the name of God is omitted by intended: it’s a variant of Nathanael and Jonathan which mean successively: “El (=God) has given” and “JHWH has given”. Briefly saying, Nathan means a “gift”, and this baby is for us a great gift from the Lord who brings a strong injection of joy into our little family.

Speaking of joy, delivery was not easy at all for Camilla, the baby weighing already 4 kilos was just ready to start elementary school, and as he went out he swiped away many of the tissues of mommy who needed a sewing machine after his exodus! As a good Phoenician he thought to rip away the purple tissues although I doubt he made good affairs with it later!!... But I cannot forget the instant when his tiny head (yep! I was there all the time against the sayings of all those who predicted I would faint!)! a little violet head with Chinese-like eyes and a nose that seemed a homage to the indigenous tribes of the Amazon river.

After the phase of anguish for the mother who lost much blood, I was literally invaded with an indescribable joy which did not allow me to sleep all that night, although I was really exhausted: it was an overflowing joy filled with tenderness and love that dilated my heart for the baby (also men live dilation during birth!), it filled me with respect towards Camilla for the Gift of whom she was the sacred tabernacle, and with gratitude to God who has made us co-creator-creatures: it’s a marvelous Gift that makes us much more than homo-faber, we become homo-creator: the Breath of God passes through our flesh, joints and entrails. The “Yes-Amen” of the Father to life passes through our “yes” to motherhood and fatherhood!

Love retains in His heart the power to make the body shine of the internal light. Thanks to His Breath, our body is overwhelmed with the intensity of the soul. And from the little bunch of cells, minerals, metals that we are made of, we really become Imago Dei - Image of God – Imago Christi – Image of Christ.

To us, Nathan is the author of a special Advent. There is a beautiful Italian expression to say “pregnant”: “donna in attesa” and which means “a woman who is awaiting”, and this experience of pregnancy which we have lived together has been for us a school to learn what it means to “await” which is one of the fundamental attitudes of Advent. When you are expecting a much desired baby you don’t sit counting the stars; rather, you start preparing: you buy the bed (with a big anticipation), you disinfect the house, and prepare everything for the coming guest… your expectancy is active: it’s change, anticipation, transfiguration and maturation. To those who used to tell me lately: “Soon you’ll be a father”, I used to reply: “I am already!”. When Nathan was to arrive he was supposed to find a dad and a mom – surely always in fieri and walking towards maturity – but a mom and a dad already! All this made me think about the preparation of Advent as a liturgical time and the preparation of our life to the Adventus, the one who is coming, always coming “Behold, I stand at the door and I knock”… Advent is a time of active and creative waiting and expectancy to ascend the mount of the Lord with a pure heart and clean hands.

Finally, going back to the image I have impressed in my heart of Nathan at his “entry” to the world: I remember how small he was, how fragile and how “ugly” and awkward! Nonetheless, for me and Camilla, since that instant he was already so immense that he dilated our small hearts exceedingly with love for him, for everything and everyone; so strong that he injected us with a strength that establishes us in our paternity; and so beautiful that we are already deeply in love… and I thought: if I, so little and human, I live this love towards a tiny creature that is just born, how much more our Father, who has “delivered” us to being from the womb of his loving will: He gazes at us with tenderness and love, regardless of our poverty and littleness. Advent is receiving the embrace of his “crazy love” in Jesus.

I share all this with you not to add to the many “Reality shows” that intoxicate our media, but because I believe strongly in the words of a Lebanese philosopher, René Habachi who writes: «When two persons love each other, the whole universe is interested in their love. That love constitutes one of the possibilities for the world to try again the promotion adventure. Love is cosmic». In the garden of this Love, where Camilla and I are not masters but co-participants and heirs by Grace, life has flourished, and I have desired to share with you with love the Gift that we have received from Love.

Yours in Christ Jesus,

Robert

Wednesday 2 December 2009

Il nostro Avvento: Lettera agli amici

Carissimi,

Per quelli che ho avvisato con fretta, e per quelli cui non sono riuscito a dare l’annuncio ancora, sento di poter supplire alla perdonabile e comprensibile trascuratezza comunicandovi non una notizia ma una comunione nella nostra gioia.

Lunedì ha visto la luce il nostro primogenito “Nathan”. Il nome insolito è stato uno dei pochi su cui Camilla e io ci siamo trovati, e l’abbiamo deciso in un momento molto bello durante un ritiro di coppia quest’estate. NATAN in ebraico significa “ha dato”, dove s’intende ciò che è noto teologicamente come il «passivo divino», e quindi è una variante di Natanael o Jonathan “Dio ha dato”. Detto brevemente Nathan significa “Dono”; e questo bimbo per noi è un grande dono dal Signore che apporta una forte iniezione di gioia nella nostra piccola famigliola.

Parlando di gioia, il parto non è stato facile, ed il bimbo di 4 kili, uscendo ha fatto piazza pulita, quindi la mammina ha avuto bisogno di un po’ di cuciture. Da buon fenicio ha strappato i tessuti e li ha venduti! Ma non posso scordare il momento in cui è spuntata la sua testolina (eh sì, ho assistito a tutto il parto!). una testolina minuscola di color viola inizialmente e con gli occhi a mandorla ed il naso schiacciato in omaggio agli indigeni…

Superata la fase della paura per la mamma che ha perso tanto sangue, sono stato invaso da una gioia indescrivibile che non mi ha lasciato dormire tutta la notte successiva, una gioia colma di tenerezza e di amore che sentivo mi stesse allargando il cuore per il bimbo, di stima verso Camilla per il Dono di cui è stata un sacro tabernacolo, e di gratitudine al Signore per averci reso creature-co-creatrici. È un immenso dono che supera già il nostro geniale homo-faber, siamo homo-creator: il Soffio di Dio passa nelle nostre membra e nelle nostre viscere. Il «sì» del Padre alla vita passa tramite il nostro «sì» alla maternità e alla paternità!

L’Amore detiene la magnifica potenza di far risplendere il corpo della sua luce interiore. Grazie al suo Soffio, il nostro corpo viene avvolto dall’intensità dell’anima. E da una mischia di cellule, di minerali e ferri quali siamo elementalmente, diveniamo imago Dei, imago Christi realmente. E per noi, Nathan è autore di un Avvento speciale. È bella l’espressione italiana “Donna in attesa”, e quest’esperienza di gravidanza è stata per noi una scuola per imparare cosa vuol dire l’attesa che è una delle attitudini fondamentali del tempo d’Avvento. Quando si attende qualcuno che si ama, un bimbo tanto desiderato, non si sta con le mani incrociate e gli sguardi sonnecchianti. Si compra il lettino (anche troppo tempo prima!), si disinfettano gli ambienti, si fa il guardaroba per il nuovo ospite… L’attesa è attiva: è cambiamento, anticipazione, trasfigurazione e maturazione. A chi mi diceva “presto sarai papà”, io rispondevo: “lo sono già”. Nathan al suo arrivo doveva trovare un papà e una mamma – sempre in fieri e in maturazione, certo – ma già un papà e una mamma! Tutto questo mi ha fatto pensare alla preparazione dell’Avvento come tempo liturgico e la preparazione della nostra vita all’Adveniente, a Gesù che viene sempre (Ecco io sto alla porta e busso). È un tempo di attesa attiva e creativa per salire al monte del Signore con cuore puro e mani pulite…

In fine, ritorno all’immagine di Nathan nell’istante del suo “ingresso” nel mondo. Era così piccolo, così fragile, così “bruttino”. Eppure per me era così grande da dilatare il mio cuore d’amore per lui e per tutto e tutti, così forte da iniettarmi di una forza che mi rinsalda nella paternità e così bello da farmi innamorare… e ho pensato, se io, così piccolo vivo l’amore così verso una creaturina appena nata, quanto più nostro Padre che ci ha partorito all’essere dalle viscere della sua volontà amorosa ci guarda con tenerezza e amore, malgrado tutta la nostra povertà e la nostra piccolezza.

Ecco, questa condivisione la faccio non per aggiungere un altro “reality”, ma perché credo nelle parole di un caro filosofo libanese, René Habachi che scrive: «Quando due persone si amano, l’intero universo è interessato al loro amore. Quell’amore costituisce una delle possibilità del mondo attraverso la quale la natura umana potrebbe tentare l’avventura di una promozione. L’amore è cosmico». Nel giardino di quest’Amore di cui Camy ed io siamo non padroni ma compartecipi ed eredi per Grazia, è fiorita la vita, e ho voluto condividere con amore ciò che abbiamo ricevuto dall’Amore.

Vi abbraccio nel Signore,

Robert



Tuesday 24 November 2009

Creduto in coma per 23 anni

Un belga rimasto paralizzato in un incidente. Il medico che lo ha aiutato:

"I pazienti spesso bollati erroneamente come incoscienti"


Creduto in Coma per 23 Anni: "Cercavo di urlare ma non mi capivano"

LONDRA - Per ventitré anni è stato considerato in coma, in realtà era vigile: ma Ron Houben, rimasto paralizzato in un incidente stradale quando aveva 23 anni, non riusciva a dire che capiva ogni cosa di quel che gli accadeva attorno. "Sognavo di alzarmi", ha raccontato Houben, oggi 46enne e in grado di comunicare grazie a un pc e ad una particolare testiera che gli consente di rapportarsi al mondo esterno. Secondo i medici era in un persistente stato vegetativo. "Urlavo ma non riuscivo a sentire la mia voce", è la sua testimonianza.

Dopo l'incidente, i medici di Zolder, in Belgio, utilizzarono i test in uso nella comunità scientifica prima di concludere che la sua coscienza era "estinta". Ma tre anni fa, nuovi scanner ultra-sofisticati hanno dimostrato che il suo cervello ancora funziona normalmente. Houben, la cui inquietante vicenda è stata raccontata dalla stampa britannica, ha descritto quel momento come la sua "seconda nascita". Il suo caso è venuta alla luce perché il neurologo che lo ha "salvato", Steven Laureys, l'ha raccontato in un articolo di una rivista scientifica. "Per tutto quel tempo ho letteralmente sognato una vita migliore.

"Frustrazione" è un termine troppo limitativo per descrivere quel che sentivo". Secondo Laureys, potrebbero esserci altri casi simili nel mondo; e la vicenda è destinata a risollevare il dibattito sul diritto a morire di chi è in coma. I medici a Zolder utilizzarono la Scala di Glascow, la stessa utilizzata internazionalmente, che valuta vista, parola e risposte motorie. Ma solo quando il caso fu riesaminato dai medici dell'Università di Liegi si scoprì che l'uomo aveva perso il controllo del corpo, ma era ancora perfettamente consapevole di quel che accadesse. "Voglio leggere - spiega adesso - dialogare con i miei amici, godermi la vita ora che la gente sa che non sono morto".

Secondo gli studi di Laureys, i pazienti in stato vegetativo spesso sono vittime di diagnosi sbagliate. "Chi viene bollato come "in stato incosciente" difficilmente riesce a sbarazzarsi di questo marchio. Solo in Germania", racconta il neurolgo dell'Università di Liegi, "ogni anno circa 100.000 persone soffrono di lesioni cerebrali traumatiche gravi. E tra le 3.000 e le 5.000 persone all'anno rimangono intrappolate in uno stadio intermedio, vivono senza mai tornare indietro.

(24 novembre 2009)

La Repubblica

Friday 13 November 2009

Welcome home