Di Robert Cheaib
Se Gesù si fosse incarnato alla soglia del 2000, avrebbe usato i nuovi media per proclamare il Regno di Dio? – La domanda potrebbe sembrare fantasiosa o forse puerile, ma se posta dalla prospettiva pastorale e teologica, la risposta pregiudicherebbe non l’utilizzo dei mezzi di comunicazione moderni, ma il senso profondo del loro impiego nell’opera evangelizzatrice della Chiesa.
Prima di avventurarci a dare una risposta alla domanda, bisogna riconoscere la difficoltà di rispondere a un quesito del genere: Se è molto difficile prevedere l’operato di un contemporaneo che vive al nostro fianco da anni, indovinare come si sarebbe comportato il Dio-uomo incarnatosi circa due millenni fa, è pressoché impossibile. Perciò, con un tocco di umore empatico e fantasia intelligente, cercheremo di dare una risposta basandoci sull’identikit di Gesù di Nazareth, leggendo tra le righe dei vangeli quanto possa illuminare la risposta.
Gestis Verbisque
Uno dei difetti di lettura dei vangeli è la disposizione di pre-conoscenza che accompagna tante delle nostre ri-letture, spesso moralistiche, degli episodi evangelici. Sovente si legge il vangelo per trarne la morale. L’esclusività di tale attitudine ci priva dello stupore filosofale, elemento indispensabile per scoprire la novità sorprendente del nazareno, e dello sguardo estetico e immaginativo che ha accompagnato la lettura di tanti santi, in testa ai quali troviamo sant’Ignazio di Loyola.
Se deponiamo per un istante gli occhiali moralizzatori, e guardiamo per un momento i vangeli come ritratto di Gesù comunicatore, scopriamo che i vangeli canonici – a differenza di alcuni apocrifi come i vangeli di Tommaso e di Maria Maddalena – non sono raccolte di apoftegmi, o meri detti di Gesù, ma sono ritratti, quadri di vita dove Gesù è ripresentato e rappresentato vivo e in movimento. La costituzione conciliare sulla rivelazione Dei Verbum attira l’attenzione sul fatto che l’economia della rivelazione si presenta tramite eventi (gesti) e parole intimamente connessi[1]. Questo fatto è evidente anche nella predicazione e nella vita di Gesù di cui non si ode solo la voce, ma si vedono anche i gesti e la gestualità. Gesù sale sul monte, e si mette bene in mostra prima di trasmettere la buona notizia (Cf. Mt 5,1). Gesù non comunica loghia divini come un oracolo in trans ma istituisce con il suo audience un’esperienza multisensoriale, mediando l’annuncio del Regno di Dio con una comunicazione che potremmo definire multimediale.
Una lettura trasversale dei vangeli alla ricerca di indizi sull’indole comunicativa di Gesù ci fa soffermare sulla frequenza con cui gli evangelisti (e in particolar modo Marco che riferisce la predicazione di Pietro) mettono in luce lo sguardo di Gesù. E le sfumature dei testi originali ci rivelano la comunicazione efficiente che Gesù svolgeva con i suoi occhi[2]. Con l’occhio, Gesù non solo guardava, ma parlava, invitando al raccoglimento prima della predicazione (cf. Lc 6,20); manifestava comunione, elezione e predilezione: «Girando lo sguardo (periblepsámenos) su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli”» (Mc 3,34).
Allo sguardo di Gesù si applica in modo eccellente ciò che dice il fenomenologo francese Jean-Louis Chrétien: «L’ascolto è più congeniale allo sguardo dell’udito». Gesù ascolta, accoglie e ama con i suoi occhi. Lo sguardo di Gesù trasmette, guarda dentro e ama; così nell’episodio del giovane ricco: «Gesù lo guardò dentro e lo amò ( ’emblépsas a’utõ ’egápesev a’utón)» (Mc 10,21). L’esistenza dell’apostolo Pietro è segnata da due sguardi trasformanti: nel suo primo incontro dove «Gesù, fissando lo sguardo su di lui, disse: “Tu sei Simone, il figlio di Giovanni, e ti chiamerai Cefa, che vuol dire Pietro”» (Gv 1,42); Dopo il rinnegamento di Pietro e il canto del gallo, Luca scrive: «il Signore voltatosi, guardò Pietro, e Pietro… uscito fuori, pianse amaramente» (Lc 22,61-62).
Ma la prassi comunicativa di Gesù coinvolge altri sensi. Egli tocca i malati per guarirli (cf. Mc 1,41). E davanti ai discepoli indignati per la richiesta di chi portava i bambini da lui per accarezzarli, Gesù li prende fra le braccia, pone le mani su di loro e li benedice (Mc 10,16).
La videoteca di Gesù
È vero che Gesù non disponeva di una emittente televisiva, ma è vero anche che con le sue parabole egli trasmetteva nell’immaginario e nelle anime dei suoi ascoltatori delle immagini e delle scenografie che rendevano assimilabile il Regno di Dio a tutte le fasce di età e di cultura. Gesù era cosciente che la distanza tra l’essere umano e la verità è una storia[3], una scenografia. Gesù era cosciente che l’essere umano è un essere narrante e narrativo che giunge al concetto attraverso l’immagine e la trama. Per questo le sue parabole sono delle vere e proprie messe in scena, il che spiega anche le folle numerose che lo seguivano distraendosi anche dai bisogni primari (cf. Mt 14,15).
Se gli «abracadabra inintelligibili» del concettualismo, come li chiama il teologo Edward Schillebeeckx, hanno pochi addetti, le narrazioni paraboliche giungono a tutti e a ognuno parlano a partire dal suo cosiddetto Sitz im Leben (situazione vitale). Parlando di parabole Anthony de Mello afferma: «Non disprezzate la storia. Una moneta d’oro perduta si ritrova grazie ad una candela che vale pochi soldi, la verità più profonda si trova grazie ad una semplice storia». Le parabole comunicano con l’immaginario, una dimensione dell’essere umano che precede il concettuale, una zona del pre-religioso, dove si decidono le pre-disposizioni all’accoglienza religiosa, come ha spiegato molto bene il Cardinal John Henry Newman[4]. Le parabole di Cristo assumono la dinamica kenotica della rivelazione, venendo incontro alla capacità ricettiva e alla situazione esistenziale dell’uditore.
Proclamate dai tetti
L’energia che Gesù metteva nella sua predicazione e l’impiego delle parabole esprimono la sua attenzione alle dinamiche dell’animo umano, e la sua intenzione di comunicare efficacemente a tutti e con tutti. Tale atteggiamento ci fa intuire inoltre che analogicamente avrebbe usufruito dei sistemi moderni di comunicazioni. Ai discepoli Gesù ammoniva: «Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all'orecchio predicatelo sui tetti» (Mt 10,27). I tetti a cui si riferiva Gesù, oggi non sono più quelli fatti di mattoni, ma di moltiplicatori analogici e digitali; sono le reti televisive, sono i cyberforum, sono la rete di internet, i blog, i giornali online.
La domanda di fanta-teologia sull’incarnazione di Gesù oggi non si pone perché egli si è incarnato circa 2000 anni fa. Ma la domanda sulla nostra responsabilità missionaria come cristiani è alquanto attuale e la questione dell’impegno nei mass media, è questione di assicurare la presenza di Cristo nell’areopago contemporaneo del «villaggio globale». L’impegno di evangelizzazione nell’ambito dei media evoluti, «non ha solo lo scopo di moltiplicare l’annunzio: si tratta – come intuì già nel 1990 Giovanni Paolo II – di un fatto più profondo, perché l’evangelizzazione stessa della cultura moderna dipende in gran parte dal loro influsso»[5]. Il papa lamentava che questo areopago è stato trascurato nella programmazione pastorale che lo mette solitamente in linea secondaria e lasciandolo all’iniziativa di singoli o piccoli gruppi, e ricordava che «non basta, quindi, usarli per diffondere il messaggio cristiano e il magistero della Chiesa, ma occorre integrare il messaggio stesso in questa “nuova cultura” creata dalla comunicazione moderna»[6].
Di parere simile è Benedetto XVI. Parlando infatti ai partecipanti alla plenaria del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, giovedì 29 ottobre 2009, ha detto: «la cultura moderna scaturisce, ancor prima che dai contenuti, dal dato stesso dell’esistenza di nuovi modi di comunicare che utilizzano linguaggi nuovi, si servono di nuove tecniche e creano nuovi atteggiamenti psicologici. Tutto questo costituisce una sfida per la Chiesa chiamata ad annunciare il Vangelo agli uomini del terzo millennio mantenendone inalterato il contenuto, ma rendendolo comprensibile grazie anche a strumenti e modalità consoni alla mentalità e alle culture di oggi».
I mezzi di comunicazione sociale hanno raggiunto una tale importanza da essere per molti il principale strumento formativo ed informativo, di guida e di ispirazione per i comportamenti individuali, familiari, sociali. Le nuove generazioni soprattutto crescono in modo condizionato da essi. Internet e la tv sono la scuola di formazione permanente per tantissimi, ed il Cristo di duemila anni fa chiama anche noi oggi a scendere dal nostro Tabor tradizionale per portare il suo annuncio nell’Agora di oggi adottando linguaggi e stili nuovi senza per ciò stesso adattare il Vangelo. Scrive l’Arcivescovo Ignazio Sanna: «Ieri, senza la lingua latina e l’organizzazione del diritto romano, la fede non avrebbe potuto raggiungere il grado di universalità e di estensione che ha raggiunto nei secoli. Oggi, senza la stampa, la radio, la televisione e tutti gli altri mezzi di comunicazione, non sarebbe più possibile fare una propaganda fidei adeguata al ritmo e alle esigenze dei tempi»[7].
Il comunicatore divino
L’impegno pastorale dei cristiani nel mondo multimediale non deve sfociare nel senso peggiorativo del reality, perché se da un lato, Gesù ha voluto dare al suo messaggio una portata e un’eco universali, dall’altro lato, non si è mai accontentato dei fan. L’annuncio del Regno è un annuncio che richiama alla conversione (cf. Mt 4,17; Mc 1,15). Una conversione che coinvolge in primis l’annunciatore, che è convincente nella misura che è convinto e convertito. In questo senso possiamo dire che colui che si impegna nella pastorale e nella evangelizzazione hi-tech non può essere solo rappresentante, ma, per così dire, ri-presentante di Gesù, di modo che la sua parola riecheggi in un’esistenza credibile, e possa dire come il grande comunicatore, Paolo di Tarso: «Fatevi miei imitatori, fratelli, e guardate a quelli che si comportano secondo l'esempio che avete in noi» (Fil 3,17).
E infine, bisogna ricordare sempre che «per i credenti la necessaria valorizzazione delle nuove tecnologie mediatiche va sempre sostenuta da una costante visione di fede, sapendo che, al di là dei mezzi che si utilizzano, l’efficacia dell’annuncio del Vangelo dipende in primo luogo dall’azione dello Spirito Santo, che guida la Chiesa e il cammino dell’umanità»[8]. È lo Spirito Santo che all’inizio della creazione galleggiando sulle acque del caos primario ha comunicato l’ordine (kosmos) creativo. È lo Spirito Santo che stendendo l’ombra dell’Altissimo sulla fanciulla di Nazaret, ha comunicato al mondo la Parola della vita. È lo Spirito Santo che rende testimonianza a Gesù (cf. Gv 15,26) e che guida e comunica ai credenti «la verità tutta intera» (Cf. Gv 16,13). Perciò comunicare il Vangelo hi-tech, rimane sempre e comunque una «co-azione» dove il protagonista è Dio che per condiscendenza rende l’uomo co-protagonista della sua auto-donazione al mondo.
[1] «gestis verbisque intrinsece inter se connexis»: Cf. Concilio Vaticano II, Costituzione dogmatica sulla Divina Rivelazione, Dei Verbum, n. 2.
[2] Per una visione più dettagliata sull’identikit di Gesù e sulla sua gestualità si veda G. Biffi, Gesù di Nazaret. Centro del cosmo e della storia, Leumann (Torino) 2000.
[3] Cf. B. Ferrero, Tutte storie, Leumann (Torino) 19977, 5.
[4] Cf. M,P. Gallagher, Dive deeper. The human poetry of faith, London 2001, 1-11.
[5] Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica «Redemptoris Missio», n. 37.
[6] Ibidem.
[7] I. Sanna, L’antropologia cristiana tra modernità e postmodernità, Brescia 20043, 22.
[8] Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti alla plenaria del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, giovedì 29 ottobre 2009. www.vatican.va
